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giovedì 19 settembre 2013

FOOD DAILY - Metà surgelato e metà fatto in casa, le nuove tendenze del mercato alimentare

Gli Stati Uniti ci hanno abituati a stramberie di vario tipo e quindi il campo culinario e il "food" non ne è da meno, perché in quella nazione si dà importanza al cibo e alla sua antropologica possibilità di aggregazione e implicazione in campo sociale.
Siccome la managerialità e l'impiego del soggetto donna nel lavoro è sempre stato un fondamento di quella società, non si ha più tempo da dedicare alla costruzione del pasto quotidiano. 
Nasce così l'ultima stramberia che vede come soggetto la passione per i cibi confezionati.
Mi direte che questo modo di procedere l'hanno da tempo consolidato: i famosi ravioli in lattina, le zuppe, i cartocci di cibo precotto solo da passare in forno. 


Ma questa novità è un tantino diversa, perché si tratta di cibo a cui manca poco per essere definito cibo pronto e da servire, dove tu dovrai intervenire in vario modo: dandogli la cottura finale, mettendo degli ingredienti di tuo piacimento, preparando le salse per accompagnarlo. Userai sempre il forno a microonde o il forno tradizionale, ma è previsto anche l'uso del fuoco, di padelle e casseruole varie, di strumenti per montare salse e accompagnamenti.
In questo modo ti crei l'illusione di aver cucinato tu quella pietanza, e portandola in tavola farai la tua bella figura con i tuoi cari e ti sentirai in pace col mondo e con la tua coscienza indaffarata.
D'altra parte sembra che non siano poi così male questi cibi precotti, seguono norme igieniche prestabilite, sono cucinati in immense cucine della catena alimentare di food, risolvendo problemi logistici e di tempo alla mancanza dello stesso per le donne che lavorano e sono sempre in costante affanno e sovente in ritardo sulla tabella di marcia giornaliera. Andare a fare la spesa vede le lancette dell'orologio correre come impazzite e a casa ci attendono per soddisfare il languorino o la fame immensa!
Negli Stati Uniti si sono promosse campagne, la first lady in testa, per non usare questa modalità del cibarsi. In prima linea si è messo anche lo stellato Jamie Oliver, andando di contrada in contrada, di fast food in fast food, di scuola in scuola per insegnare a consumare e cucinare in maniera diversa e soprattutto usando materia prima a km zero e di eccellenza stagionale.
Si sa le contraddizioni sono la norma in quella grande nazione e quindi di pari passo il cibo precotto ha continuato ad esistere ed essere pubblicizzato, ma con peculiarità diverse e modalità nuove, tenendo conto appunto della stagionalità, della materia prima e della qualità, nonché di questi precotti che hanno comunque bisogno dell'intervento finale dell'acquirente. Non più solamente infilare nel forno, ma metterci il tuo tocco finale, la tua esperienza, la tua conoscenza e le tue capacità culinarie.
Può essere un valido aiuto, avendo poco tempo sempre a disposizione per occuparci della filiera del cibo, con l'occhio sempre alla tabella salutista, ma anche alla possibilità di non essere stressati dalla voracità della famiglia e il poter anche avere ospiti al desco. Questa modalità fornisce gusto e anche il piacere di mettere il tocco finale per sembrare cuochi provetti e non ingurgitare del cibo scadente.
L'industria, che ha occhio attento alle mode e alle modalità, si accosta ai suoi clienti proponendo quindi la possibilità di interagire; una nota marca ha lanciato un prodotto sempre precotto, ma che necessita il tuo intervento aggiungendo alcuni ingredienti che avrai nel tuo comparto del frigorifero e aggiunta di almeno due salse, che dovrai ingegnarti a comporre.
Ottieni così il pensiero di avere la tua "mossa" da cuoca. D'altra parte siamo bombardati dai media, dai quotidiani, mensili e settimanali che inseriscono dispense di cucina e consigli di chef stellati, alla televisione che trasmette reality di talent chefs e anche il cinema, con documentari sul cibo e la storia dello stesso; inducendoci così a voler essere trendy a tutti i costi.
Senza poi contare le pubblicità sul biologico, le offerte speciali di corsi di cucina su ogni, finisce che ti senti un reietto se almeno una volta nella vita non hai approfittato di almeno qualcuna di queste offerte e modalità.
Il precotto ti risolve il problema in parte, tu dovrai dare il tuo tocco di eccellenza e avrai la tua parte di popolarità in piccolo tempo.
Ed ecco che anche la famosa casa Campbell è passata ad una nuova modalità, fornendo un prodotto non completo e dando a fianco o suggerendo al consumatore la possibilità di modificare gusto e ricetta.
Qua la domanda, ed ecco la risposta: sono sorti come funghi dei veri e propri negozi e siti on line che vendono dei veri e propri kit che ti consentono di mantenere allenata la tua fantasia tra i fornelli.
Avrai così l'apparenza, il tuo trucco, la tua magia con il tuo precotto, al quale la donna in carriera, così come la pigra casalinga, oppure l'inetta ai fornelli potrà aggiungere erba aromatica, oppure una salsa, e sporcando magari la sua altisonante marca di padella posizionata in bella vista, magari acquistata anche lei on line e su un sito italiano o francese, la farà apparire trendy e chic.  Magari si sentirà più vicino a una Julia Child oppure alla signora Lidia Bastianich, ora negli Stati Uniti molto in voga. La prima è ritornata in auge dopo un libro ed un film e la seconda, di bravura e professionalità, assunta alle cronache perché quotidianamente in televisione con un suo programma sul cibo italiano di grande successo. Ricordo che questa ultima è stata collaboratrice ed allieva della grande Julia Child, italiana emigrata negli Stati Uniti da decenni, proprietaria di innumerevoli ristoranti stellati in quel paese e il figlio è noto nel suolo natio perché detentore di un talent chef di grido.

Anche in Italia si è visto il proliferare di questi prodotti, con occhio attento appunto alla qualità e alla modalità dell'inserimento del tuo tocco finale. Sono spuntati sacchetti per cuocere a vapore, già nella confezione della verdura surgelata oppure del cibo precotto. Buste con la pasta precotta assieme a piccoli contenitori con la materia per la salsa e sugo: si può cucinare, ma accorciando i tempi. Sughi pronti, vaschette da rosticceria che tu dovrai cuocere nel tuo forno casalingo, pesce già pulito e talvolta precotto, verdure pronte per essere saltate in padella... ecco la possibilità di avere un pasto completo in una manciata di minuti.
Io non grido allo scandalo, non ne faccio uso, perché il mio mestiere include il confezionare il pasto quotidiano e pur nella fretta, sovente, cerco di portare in tavola altre possibilità che il tempo mi concede. Con questo non demonizzo queste modalità, esistono prodotti buoni e gustosi nel precotto, probabilmente confezionati con i dettami che la moda del momento richiede e anche perché la consapevolezza dei consumatori ha posto il rispetto per le modalità del confezionarlo.
Volevo portare a conoscenza ciò che avviene nel mondo dell'alimentare e anche l'evoluzione del nostro quotidiano, pasto compreso.

ALCUNI DATI
In Italia la percentuale di consumo dei piatti pronti è:
  • del 5% in più per i primi con base cereali;
  • del 15% in più per le verdure già lavate e tagliate;
  • del 3% in più per salumi e latticini, nonchè formaggi già confezionati;
  • del 2% in più per i sostituti del pane;
  • sono invece in calo il consumo del latte fresco pari al 4%, e quello della frutta fresca di stagione, del 3%;
Il nutrizionista interpellato sostiene che non bisogna demonizzare questo menù o questa modalità, è sano anche questo pasto, l'importante è che alla base vi sia la materia prima di eccellenza. Altra particolarità da porre in evidenza è di osservare che non sia troppo salato, cosa che purtroppo talvolta avviene, oppure troppo zuccherato, unto o ricco di grassi saturi. Quindi occhio particolare alla lettura dell'etichetta e con la nostra esperienza, assaporare e giudicare scartando quello che è racchiuso nella lista suddetta.
Vi è però da aggiungere una nota negativa a questo procedere, perché in tal modo si potrà perdere la tradizione di cucinare ed inventare, divertirsi tra i fornelli, prestando sempre meno attenzione al cibo che si ingurgita.


Inoltre, smettendo di andare a fare la spesa di persona, finiamo così di non conoscere i prodotti di stagione, non utilizziamo la modalità del km zero e togliamo l'atto d'amore verso di noi e verso i nostri cari, che è il cucinare.

domenica 15 settembre 2013

FOOD HISTORY - La grande tradizione della Val d'Aosta, i formaggi e gli alpeggi

LE MUCCHE DI LIGNAN nella valle ST. BARTHELEMY 

Trascorrere dei giorni in montagna è sempre bello e salutare.
Accanto a me, a un'ora da casa mia che è nel Canavese, vi sono luoghi meravigliosi di pace, lì tra le montagne della Valle d'Aosta, regione ricca di storia, di flora e fauna.
Montagne che si prestano a escursioni di ogni tipo e difficoltà, comprese le grandi imprese epiche, ma se non si vuole strafare, con semplice leggero passo ti puoi immergere nei boschi di conifere, attraversare pendii e prati colmi di fiori variopinti e meravigliosi, con il lontano scampanio delle mucche agli alpeggi.
I prati in fiore, con varietà botaniche innumerevoli, dai colori giallo intenso, viola, bianco, rosa, azzurro, blu avio e dalle forme innumerevoli.
Un verde smagliante dato dalla neve anche tardiva caduta e dalle piogge che fanno di questa estate un'anomalia; infatti i ruscelli sono rigogliosi e scorrono arroganti nel loro alveo, dando segno di abbondanza, lontano dal pensare che questo bene prezioso scarseggi. Bisogna porre attenzione invece, perché ora è abbondante, ma può succedere di ogni e quindi scarseggiare, dandoci enormi problemi a noi abituati anche - talvolta - a sciupare.
Questa settimana immersa in questo idilliaco piccolo borgo, verso i duemila metri di quota, con le montagne della catena delle Cozie, dai nomi strambi ma con ancora residui di neve e i ghiacciai fermi e non arretrati, mi han fatto bene, permettendomi di conoscere da vicino alcuni aspetti.
Questo piccolo borgo è Lignan, con le sue case di pietra, costruite ancora come un tempo lontano e come si continua a fare per volere dell'amministrazione di questa regione autonoma, lì adagiato tra pendii e prati, con la strada che sale e il piccolo borgo di Venoz, un gioiellino ristrutturato talmente bene che sembra finto.

Fiori ai davanzali, nei piccoli giardini racchiusi da staccionate con legni antichi, tra i cavoli, barbabietole, insalate, patate e lupini, papaveri di montagna, peonie che sono ancora d'incanto e la pietra che riluce al sole a contrasto con il legno lucido e i tetti di scandole di ardesia.
Alzi lo sguardo e vedi fabbricati locati sulla montagna, con la sua abitazione a fianco e il resto le stalle e tanto alpeggio d'intorno, perché qui si fa il fieno, qui si allevano le mucche per fare il formaggio, orgoglio e eccellenza italica e PIL per economia della valle e della penisola. 
Qui si lavora sodo: ci si alza alle tre di notte per mungere, poi si portano le mucche, le manze, i vitellini piccoli al pascolo dentro questi meravigliosi prati colmi di colore e di forme. 

Loro brucheranno sino alle tre del pomeriggio, sino a che riandranno alla stalla per essere nuovamente munte, riuscendo nuovamente dopo due ore per andare a brucare sino al calare del sole.
La valle è aperta, il sole tramonta alle 9,30 in questo luglio strambo, le nuvole corrono veloci e questo latte andrà lavorato col calderone di rame enorme, sulla fiamma, per poi, con pezze di tela antica, ripreso dal caglio a formare la sagoma.


Parliamo della FONTINA o FONTINE alla francese, che è la seconda lingua, oltre al patois che è il dialetto variante di ogni valle e contrada. Ha la sua bella DOP e sembra che la sua produzione risalga al 1270, come da fonti iconografiche di affresco nel castello di Issogne, gestita e controllata dal Consorzio Fontina e Cooperativa produttori latte e fontina.
Questo formaggio dal sapore forte, gustoso con la sua pasta grassa semicruda, con un'acidità naturale di fermentazione, vuole esclusivamente il latte proveniente dalle mucche di razza valdostana, che sono pezzate nere o pezzate marroni. Si usa, come da DOP, solo il latte  munto da non oltre due ore e di una sola mungitura al giorno. Con l'altro latte si fabbrica il burro, quello grasso e giallo che poi marchiano con legni intarsiati talvolta con lustri di anzianità. 
Oppure viene fabbricata una toma gustosa, di pasta compatta, che può essere fresca stagionatura o a lunga stagionatura; ciò che il Consorzio non timbra, viene venduto anche negli alpeggi come formaggio valdostano e sono molto rigidi a riguardo. Han ragione, perché la tutela serve a questo, per mantenere standard di qualità e il buon nome del prodotto e di chi lo costruisce.

Torniamo alla produzione della fontina: la forma ottenuta verrà messa prima su assi di legno ad addensare e spurgare, poi passerà in un locale apposito dove la temperatura viene costantemente tenuta sotto controllo, una specie di frigorifero con stagere di legno, con le pareti di pietra e il pavimento di ghiaia di fiume. 
Lì adagiate stagioneranno e andranno poi a comporre la fontina che ci servirà in cucina come base della fonduta, oppure semplicemente mangiata con le patate di altura bollite e condite con burro di alpeggio, o ancora semplicemente consumata solitaria con salse e marmellate.
Questo tipo di formaggio si presta ad essere anche inserito nella bistecca impanata, che a differenza della milanese, viene farcita con una fetta generosa di fontina e richiusa e fritta nel burro.
E' una cucina forte e saporita, quella di montagna, perché il lavoro richiede energie e il freddo comunica al corpo che ha bisogno di calorie...
Ciò che resta del siero del latte viene riscaldato sul fuoco e si fa affiorare la BROSSA, una schiuma bianca che man mano che si forma la tolgono con un mestolo piatto e largo e la mettono poi a condire a freddo o a caldo la polenta.
Per fare la forma si usano le FASCERE DI FAGGIO, usate per tenere insieme la cagliata durante la pressatura e far uscire il siero, che chiamano AROTCHON; il luogo dove lavorano il caglio per costruire la pasta si chiama MEZON DE FOUA' che vuol dire stanza con camino della PEIRA ovvero pietra.
Un tempo queste forme venivano trasportate dagli alpeggi a valle dal pastore stesso, l'ARPIEN, così chiamato, e issavano la forma sull'AOUJI, uno strumento in legno con due manici e con un piatto issato sopra, quasi sulla testa. 
Con questo trabiccolo al collo scendevano a vendere il loro bene prezioso; ovviamente ora tutto è cambiato, gli alpeggi sono raggiungibili anche con strade percorribili e mulattiere agibili anche al passo non fermo.
La cucina valdostana è molto varia e cambia di valle in valle, ma ha molto in comune con tutta la regione, cambiano magari alcune modalità e ingredienti. Ma la fontina la troviamo sparsa in molte ricette, così come il burro. Hanno il pane di segale, la carne e il Jambon de Bosses che è cotto alla brace, lardo, la motsetta (mocëtta, in italiano mocettache è carne essiccata di stambecco e camoscio, il boudins che altro non è che una salsiccia di maiale con spezie e barbabietole rosse, la peilà che è minestra fatta con farina di segale, pane, fontina, burro e riso che si coltiva in valle di Cogne grazie ai Piemontesi, i quali lo usano cucinare anche con castagne e latte, oppure con fontina. La polenta è quella macinata grossa che condiranno con burro fuso oppure con toma e fontina.
Quella fetta di fontina è frutto di tanto lavoro, di tempo a riposare nelle cantine e di quei fiori che compongono il pasto delle mucche.

Abbiamo fatto amicizia con due pastori, Lino e Giuseppe, che da generazioni lì risiedono e fanno quel lavoro, portano avanti la tradizione famigliare e ne sono orgogliosi. Ti donano quel primo sale che in piccole proporzioni ogni giorno fanno per il loro uso quotidiano, ed è bontà, si va a prendere quotidianamente il latte con il pentolino apposito e bevi questo forte sapore di montagna e profumato di erbe e stalla.
Le mucche sono ben tenute, perché è un immenso patrimonio anche in termini monetari; crescono i vitelli, e qualcuna sarà anche preposta per diventare REINA.
La battaglia delle Reines in valle d'Aosta è una grande tradizione antica, si alleva la più bella mucca e quella che ha l'attitudine: in genere sono nere o marroni scure e devono essere pregne per combattere. Mi ha spiegato il pastore Lino che in questo modo sono più preponse all'aggressività e quindi nell'affrontare l'avversaria con le loro corna perfette.
Ci siamo bevuti aperitivi con la scodella, seduti in questi campi occhieggianti fiori, attorno le mucche che brucavano e il cane pastore che non perdeva un attimo le loro mosse. 
Il cane è alleato e fido compagno del pastore, che deve a questo animale dagli occhi talvolta di diverso colore, il buon andamento del pascolo e la possibilità di riportare a casa tutta la mandria sana e salva. Infatti il rischio è che  la mucca può allontanarsi per brucare un ciuffo accanto ad un burrone e scivolare a valle, perdendo la vita e causando grosso danno al pastore.

Parliamo infine del vino: quello valdostano è vino d'altura, forte e generoso. Compongono anche un moscato e un passito, con la raccolta dell'uva a tardo autunno che ha ricevuto la prima neve ed è oramai appassita e piena di sole e ghiaccio. 
La vite è coltivata in quasi tutte le valli a comporre diverse varietà, importante per l'economia della regione, ed è fatica anch'essa coltivarla perché i pendii sono ripidi, bisogna pulire a forza di braccia e la raccolta avverrà con le gerle e la forza dei muscoli e delle gambe.
Oramai ci trovi a lavorare indiani, marocchini, rumeni; lavorano nelle stalle e nella produzione del formaggio e ci dicono che sono bravi, attenti e forti lavoratori, imprescindibili per portare avanti questo lavoro.

Mi sono affezionata ad una mucca, manza per esattezza, pezzata marrone chiaro e bianco, con la sua campanona al collo che è ingegno artigianale perché collare di cuoio intarsiato e metallo, fabbricata da artigiani sapienti e non deve mai essere troppo invasiva.
Al suo orecchio porta il segno 6856 e ho notato dal mio balcone con vista vette e pendii, che ogni giorno era la prima ad arrivare al pascolo e se ne stava tutta sola in disparte, quasi non volesse condividere con il branco, forse voleva assaporare il suo brucare in santa pace. Questa manza era anche la prima a lasciare il pascolo e a tornare a casa, nella stalla. 
Si metteva d'innanzi alla finestra ad attendere "che venisse attaccata", questo è il verbo che usano. 
Giuseppe, il pastore, ci ha sorriso alla richiesta del perché, dicendoci che quella mucchetta ama andare in giro come un turista, vagabonda e solitaria, ama viaggiare e ogni tanto deve anche andare a prendersela, perché si attarda sul pendio e viene notte, muggisce e lui dall'alto la incoraggia al rientro.
Ma capita di rado, perché in genere è la prima a tornare, ama la finestra e guardare fuori, è una mucca curiosa.
Se ti porti del sale in tasca e glielo porgi, loro lo prendono con quella enorme lingua rasposa, scuotendo felice la coda e poi ti fissa intensamente...

Questi sono i nostri borghi, la nostra storia, il nostro cibo, la nostra gente, la convivialità e la semplicità che sono parte della nostra cultura e del nostro patrimonio, che non deve essere disperso ma incoraggiato ed aiutato, facendo anche conoscere la fatica e le gesta, nonché luoghi e prodotti che sono fatti con cura e genuinità autentica.

mercoledì 11 settembre 2013

FOOD THE WORLD - Il cibo italiano ricerca consenso e spazio in terra di Francia

L'IMPORTANZA DELLA PROMOZIONE DELL'ECCELLENZA ITALIANA NEL MONDO

Le Ambasciate e gli Istituti di Cultura Italiana nel mondo rappresentano la nostra Italia e si occupano, "in soldoni", di promuovere tutto ciò che è arte del nostro paese.
In genere, però, sono luoghi dove si assiste ad un immobilismo generalizzato, vale a dire non vantano progettualità e calendari fitti di impegni, si limitano talvolta a promuovere corsi di lingua oppure - assieme alle camere di commercio - aiutano gli operatoria economici ad entrare nel contesto di un altro mercato.
Se la persona che è messa a capo della struttura è molto vivace, capace e ha voglia di fare allora si possono vedere risultati e iniziative degne di nota; anche perché denari in questi enti ne arrivano parecchi e talvolta sono stati frutto di indagini proprio per scoprire la fine delle somme e degli scopi.
Pensare invece che potrebbero fare molto, comprese le residenze di artista, le mostre, i concerti, gli incontri culturali, i convegni e quanto altro possa vedere attrice la cultura italica che non ha da invidiare a nessuno. 
In questo certamente eccelle, e qui peroro la causa essendone in parte coinvolta come soggetto, il nostro cibo, che nel mondo è molto apprezzato e oltretutto le nostre prelibatezze culinarie e i nostri prodotti sono parte importante del PIL.

L'ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA A PARIGI E UN'INTERESSANTE PROPOSTA

A Parigi, dall'agosto 2012, come direttore dell'Istituto Italiano di Cultura,c'è una donna, Marina Valensise, scrittrice e giornalista, che si è subito data molto da fare: ha dato infatti il via ad un progetto molto interessante.
Nella tana del lupo, cioè la ville lumiere con il caratteristico sussiego dei francesi per quanto riguarda la parola CIBO, ha deciso di indire corsi di cucina italiana, che si svolgeranno in lingua italiana nel complesso storico dell'Hotel de Galliffet, al numero 73 di Rue de Grenelle, e che ospiteranno tanti chef a rotazione provenienti da diverse regioni italiane.
Per fare questo che avrà certamente un costo, ha pensato bene di usare i ricavi dalle lezioni di lingua, che pare siano sempre affollati.
Sta valutando inoltre di essere sponsorizzata da alcuni marchi di eccellenza italiana, per la fornitura di piani di lavoro, elettrodomestici ed attrezzature; questo anche a prezzo di costo “…per creare connubio fra arte, industria, e tra futuro e tradizione”, dice la signora Valensise.
La Cucina è disegnata dall’architetto italiano Tiziano Vudafieri: il progetto è formare un'isola a ferro di cavallo per una dozzina di allievi non professionisti. Si stanno anche restaurando i locali, che consteranno di un tetto con copertura vegetale; così verrà garantita la temperatura invernale e la frescura estiva.
Attigua alla cucina ci sarà anche una dispensa a vista, una sorta di mini Eataly all'ombra del Louvre.
Non si avrà un solo cuoco come maestro ma tanti chef provenienti da tutta Italia che a rotazione insegneranno; in questo modo si potràr dare assaggio anche della tradizione culinaria delle nostre variegate regioni.
L'idea è anche di prendere i migliori allievi usciti dalle scuole alberghiere per dare così visibilità e possibilità ai ragazzi che si affacciano al mondo del lavoro.

Ricordiamo inoltre che la direttrice ha messo subito sotto tutti per elaborare progetti e impegni e il calendario è interessante.

Nel gennaio scorso è stata inaugurata la mostra "Vivere alla Giò Ponti", dedicata al fondatore di Domus, grande architetto e design.
Vi sarà inoltre il ciclo dei "Magnifici Dodici", eccellenze di casa nostra che racconteranno l'Italia delle varie branchie della cultura e arte.
Ad aprile è stato ospite Oscar Farinetti, fautore di Eataly, che penso potrà essere anche sponsor con i suoi prodotti e le sue agende di conoscenze.
Insomma, una vera promozione del nostro gusto, della nostra cultura e della nostra meravigliosa lingua. 

martedì 30 luglio 2013

FOOD PLACE - Perdendosi nelle amate Langhe tra le creature selvagge

BAROLO: Collisioni Selvagge

Quando si sente nominare il nome proprio Barolo, si pensa subito al grande vino, forte e prezioso, che prende appunto il nome dal paesetto di 600 anime arroccato sul tufo in terra di Langa.
Un vino che ha profumo di terra arsa, di viole, di nocciole e di arso sole che picchia duro dalla primavera all'autunno inoltrato, riscaldando quei sedimenti che trasmetteranno corpo e vigore al liquido detto nebbiolo, che poi lasciandolo riposare, e passo dopo passo compiendo ciò che si deve, diverrà BAROLO.
C'è un castello che occhieggia, viti e verde a perdi vista, tutti filari lavorati e perfetti, attorno verso la piana campi gialli di grano e si sente il profumo della materia e del sudore per comporla.

Qui l'economia è florida, nulla è arrivato dal nulla, han lavorato e faticato, ma questo vino conosce il mondo, viene bevuto ovunque e non vi è cifra richiesta che non venga espletata, pur di averlo. Vino da meditazione, a mio parere, poi si vuole che sia vino da arrosti e carni importanti, pasti sublimi... ma io penso che cotanto prezioso nettare vada assaporato con parsimonia e non contaminato. 
Appunto per deliziarsi lontano da cibo e quisquilie varie.
Ogni anno i 600 operosi abitanti del paesello vengono invasi da torme di genti, le più disparate e le più diverse, per una manifestazione che i giovani del luogo si sono inventati per destare tutti dal sopore e far correre ancora più svelto il nome sulla bocca del mondo: il Festival COLLISIONI selvagge.
Questo festival parla di letteratura, musica, politica, argomenta su fatti e questioni, tutto però si rapporta al bere e mangiare, perché occuparsi di cultura è dare cibo alla mente, ma intanto ci si ristora anche col resto.

Così  nei 4 giorni di kermesse ovunque nel paese potrai degustare il vino dai produttori che aprono le loro cantine, il macellaio, il panettiere, le tante osterie e ristoranti, le bancarelle del cibo più disparato e le contaminazioni.
Bei nomi nel programma, intelligenza patria, noi siamo lì purtroppo per un solo giorno, quello inaugurale per sentire Jamiroquai e ballare nella notte calda; di più quest'anno noi non si poteva.
Ma recatoci nel pomeriggio abbiamo potuto camminare nelle vie ancora poco intasate, rilassarci con bicchieri di vino o birra, degustare un piatto di tagliolini fatti in casa con un ragù squisito, la salsiccia al Barolo, un tomino fresco con una salsa verde da sballo e capire che l' organizzazione è veramente capace e anche molto fantasiosa.


Ogni piazzetta e luogo ospiterà nei giorni successivi incontri di ogni tipo e così han dato un colore ad ogni incontro e per evidenziare il posto han messo ovunque, dai balconi, innanzi le porte, negli angoli, le creature selvagge”: animali diversi, colorati , sculture in plastica riciclata del gruppo di artisti piemontesi Cracking art: sono volpi, suricati, chiocciole, procioni, rane, tutte colorate per sottolineare le diversità dei luoghi preposti ai vari incontri.

Il risultato è molto bello, un tocco originale e simpatico, e taluni li han anche vestiti con cravatte, occhiali, grembiuli: è tutto frenetico e vivace.
Tanti accorsi, età e generazioni che si incontrano; e senti il profumo di "bun sanguiss" che è pane casereccio con prosciutto crudo di Cuneo e toma di malga, una risposta al fast food d'altra nazione. Oppure la pizza sfornata dal panettiere, le macedonie, i gelati artigianali, il panino con la salsiccia e la cipolla, cibo e cibo che è tripudio e vorresti mangiare tutto e di più.
Ci sono i vini friulani, incontro scambio propositivo per dare vita a percorsi diversi e conoscenze affini.

Il concerto è vita, vivacità, lui canta e settemila persone danzano e cantano, osannano, fischiano, gridano e si divertono: le stelle stanno a guardare, Pavese docet.....
Tutto ben organizzato, ma vi è sempre qualche cosa che non va, anche nella più organizzata situazione... parliamo delle navette per portarci al monte e quindi navette per portarci al piano; e così sbagliando navetta abbiamo vagato come esuli su e giù per le strade tortuose della Langa, nella notte fonda e con le gambe oramai stanche di ballo, cibo e vino... sono gentili, ci danno informazioni ma forse noi non ci siamo proprio spiegati bene.

Così finiamo in mezzo alle vigne, nel buio tatale dell'assenza di luna, silenzio e persone che vagano a cercare la propria locazione e il proprio mezzo di locomozione.
Sicché una pietosa jeep si ferma e ci da soccorso, dicendoci che fa servizio REDUCI, perché altri anni molti han preso la navetta sbagliata e si son ritrovati a vagare per le colline ore ed ore, dovendoli poi ritrovare ad Alba, che non è proprio dietro angolo. 
Colpa anche, forse, del troppo liquido vinoso ingerito, ma è un niente confondersi....
Così siamo saliti sul posteriore della jeep di questo signore, produttore di vino dal nome evocativo Gian Carlo Borgogno, di una famiglia che produce vino da generazioni (e che vino per altro...); il signore fa parte infatti della Protezione Civile, che va recuperando i dispersi REDUCI e li riporta al luogo della partenza.
Così con risa e parole ci si è catapultati giù per la strada ripida del borgo, dentro la campagna attraversata prima da una famigliola di tassi e dopo da un tasso adulto, con i nostri "meravigliosi.....wow.....che belli...." anche un poco stucchevoli, diciamolo, ci siamo ritrovati nel campo di grano oramai con le stoppie dove lì adagiata nel buio ci attendeva la nostra vettura.
Il grazie infinito, la promessa di ritrovarci per bere assieme un generoso vino da lui prodotto e poi via nella notte che rasenta l'alba verso Mondovì Piazza, dove le nostre membra stanche hanno avuto il meritato riposo e la giusta e generosa dose di sogni e di rimembranze.
Con la promessa, che il prossimo anno saremo lì nei giorni a goderci parole, musica, cibo gustoso e tanto liquido celestiale: BAROLO, il re dei vini e grande eccellenza italiana.

Consiglio all'organizzazione: date il nome ai punti di ammasso delle vetture, usando i nomi degli animali ad esempio, visto che li usate di plastica per ricordare luoghi del fare e ritrovarsi; ecco appunto: scoiattolo, tasso, mucca, cardellino o asino, in modo che le navette riportino sul vetro elenco dei luoghi menzionati e così non ci si sbaglia. Perché lo so, dovevamo dire da dove provenivamo, ad esempio noi provenivamo da Novello, oppure da Alba o Cuneo e in base a queste tante strade, vi erano locati i parcheggi. Ma poi se qualcuno non ci chiede provenienza e noi abbiamo scritto solo nome della via vicino al campo, che poi scopriamo che questa via percorre tutta la collina, da Barolo Nord a Barolo Sud, è subito facile perdersi, è un attimo. Ma noi REDUCI, siamo così un tantino arruffati e tanto felici di questa avventura.

A Barolo tanti sono i produttori: io conosco personalmente Mascarello perché nei tempi lontani andavo a vendemmiare e divenimmo amici, poi Borgogno, Ratti, Conterno perché li ho collezionati, ancora ne ho una certa misura nella mia collezione privata, li consumo... ma tanti altri e tutti molto eccellenti e di grande qualità.
I ristoranti, osterie, bar e negozi  offrono tutto al meglio, compresa la simpatia, la generosa cordialità e colgono le opportunità per far si che tutto l'anno questo luogo sia meta di turismo e di incontri.
Langa, mi sei nel cuore.

Tutte le foto sono di proprietà del sito ufficiale

mercoledì 17 luglio 2013

FOOD PLACE - I fuochi di San Giovanni a Torino, tra gelaterie e pizzerie, ammirando la città

CAMMINANDO PER TORINO nel giorno di San Giovanni
E' Il santo protettore della città sabauda, quindi fuochi, tanta gente per le strade, la festa di una città e del suo santo patrono. 
Appuntamento atteso, benvenuto soprattutto se ti permette di allungare di qualche giorno la tua settimana in vacanza e lasciarti andare.
Moltissime le occasioni di interesse artistico che hanno accompagnato questo evento, una decina di giorni di musica di ogni genere, teatro, mostre, incontri.
Ecco che nel pomeriggio del 24 arrivo con il mio compagno indiano, la sua prima volta a partecipazione di questa festa, essendo da nove mesi in Italia. Quindi molta aspettativa, molta voglia di partecipare con entusiasmo ad ogni occasione che si prospetti.
Siamo ospiti, ho frequentazione assidua in questa città e molti amici e quindi non vi è che mettere gambe in spalla e visto il tempo clemente, buttarsi nella mischia e intrattenersi con le affettività consuete.
Sotto i portici di via Po incontriamo il corteo della maschera della città, vale a dire Gianduja e Giacometta con le tante figuranti in costume, molto belli e suggestivi. Non si concede molto nelle uscite questo personaggio e quindi quando lo si vede è sempre piacevole.
Piazza Castello con il suo splendore monumentale racchiude il coro del Regio che sciorina le arie delle opere liriche e ci permette di intrattenerci, pensando a quanto sono stoici nel loro lavoro sotto il sole del meriggio andato, ma ancora potente. Ma la bravura e la professionalità vanno oltre il disagio e quindi ci permettono di canticchiare Verdi, Rossini e tanto altro. Il suol natio nella sua espressione romantica.
Aperitivo d'obbligo in piazza Vittorio, che ritengo una delle più belle piazze del mondo, con il sipario del verde della collina e il suo Cappuccini lì a guardare la città dall'alto, mentre il fiume scorre e si dipana, fervono preparativi per la notte fatal!
Trovare un posto per mangiare se non hai prenotato è molto dura, moltissime le lingue che senti parlare attorno: francesi, spagnoli, tedeschi, inglesi han aumentato PIL della città, che ti accoglie con infinite proposte e le sue bellezze. 
Musei, chiese, palazzi, negozi, gallerie e tanto cibo e luoghi per divertirsi, nonchè angoli di storia che van dal romano, passando per il medioevo, liberty, settecento, barocco, contemporaneo e chi più ne vuole, più ne trova. Imbarazzo della scelta.

Alla fine troviamo un piccolo locale in Via S. Massimo che ci accoglie e ci mangiano una farinata gustosa, pizza padellino, vino bianco che ci rallegra. Ma accanto ecco la prima vera grande sorpresa: gelato.
In Torino si sono aperte molte piadinerie, alcune di una catena conosciuta che sono molto gustose e varie. 

Così anche le gelaterie han proliferato, accanto alle storiche oramai facenti parte della leggenda.

Questa è di recente apertura, semplice e raffinata nel design di interno, accanto il laboratorio e la impresa è di giovani ragazzi molto capaci e fantasiosi.
Nel loro biglietto scrivono: Gusti classici: la tradizione! Senza latte: l'attenzione! 

Gli speciali: la fantasia! Ed è così, gustosissimo  e costruito con tutti i crismi del gelato artigianale, quindi latte, panna, uova, cioccolato, nocciole, frutta e quanto altro serve per darti la prova dell'esistenza della bontà. 
Le varietà sono infinite e accostamenti meravigliosi. 
Puoi anche deliziarti con affogati, frappè, brioches con gelato.

ESSENZA DEL GELATO via Principe Amedeo 21/f Torino

Altra scoperta, del giorno avanti, è stato un altro laboratorio artigianale con raffinato punto vendita, in via Stampatori, la gelateria IL PREGIO che ha elenco di proposte e accostamenti molto promettenti e il prodotto finale è stupefacentemente buono, infinitamente buono.

I fuochi sono stati suggestivi ed il tema era Angeli e Diavoli, con predominanza di colore rosso e bianco, ovviamente vista la tematica. La notte fresca, tutti con la testa tra le nuvole a bearsi e i vetri dei Cappuccini riflettevano le scintille che si adagiavano nell'acqua plumbea.
I Murazzi senza locali è un triste luogo, senza vita e senza vitalità, una mano monca nella città. Solo i centri sociali in un angolo, dove puoi bere con poche lire, ballare con buona musica e attendere l'alba, tra la varietà del genere umano e la trasversalità delle classi ed età. Però rimane un piccolo dispiacere di questa serrata forzata dalla legge e ci piacerebbe che ritornasse il tempo della tanta bellezza e trasversalità delle proposte che ti accoglie a bordo fiume.
La notte è giovane, aperti locali, cammini e rivedi luoghi, proposte, riconversioni, restailing e la gente si attarda e chiacchiera, gioca, canta.
E' sempre meravigliosa questa città, vivace e non smetti mai di riscoprirla.
Sicché camminando nel centro storico incontri negozietti dove acquisiti saponi artigianali, piccole gallerie, piccoli laboratori di dolci, artigianato, vintage, design e tanto altro e scopri che il mondo gradisce venire a scoprirla perché è accolto bene e non ha nulla da invidiare alle Parigi o Berlino.
Inoltre è molto bello scoprire che oramai si è allargato lo spazio dei luoghi dove mangiare e incontrarsi, non più solo quadrilatero o similari, piano piano prendono forma e impatto anche altri quartieri del centro, immergendoti così nella suggestione delle epoche e degli angoli.
Forse è arrivata la fine della diceria che i piemontesi non si agitano e sono introversi!

martedì 9 luglio 2013

FOOD INTERVIEW - Tornate in cucina!

TORNATE IN CUCINA! 
Non avremmo mai voluto sentircelo dire, mai!
Risentire questo slogan, per noi femministe di quel lontano dì, ci pare anacronistico, visto il tanto tempo trascorso. Sempre noi avevamo sussulti feroci a quello slogan, ritenendolo un insulto atroce.
Venire ricacciate tra i fornelli, noi che lottavamo per una posizione nel mondo, per essere accettate come essere umano al di là di tutto e di tutti; ci sembrava quindi svilente essere solo le detentrici della costruzione del pasto quotidiano. 
Non volevamo essere quegli angeli del focolare, le detentrici della vita e dell'alimentazione. 

Lo consideravamo un ruolo riduttivo, perché eravamo e siamo altro.
Tanto altro che spegnemmo provvisoriamente i fornelli e ci dedicammo a noi, alla nostra carriera, al nostro domani; pensavamo al cibo come ad una frequentazione del piacere e  non doveva essere obbligatoriamente eseguito da noi. 
Sollevando così lo sguardo talvolta velato di disprezzo e orrore  verso coloro che continuavano ad essere quell'angelo, disastrosamente senza ali e dimesse,  noi veleggiavamo su sogni e nell'altrove.

I tempi mutano, spazzano via ideologie e ritornano modi e modalità, senza toni elegiaci e con elementi figurativi come simboli scaramantici. S'avanza una nuova teoria, non priva di fondamento, perché i tempi attuali ci riportano a dover riflettere su opportunità diverse.

Il signor Michael Pollan, guru del cibo, suggerisce alle femministe americane:  basta cibi pronti e tornate a cucinare.
Forse questo può valere in quel grande continente, dove certe ideologie sono rimaste attaccate alla pelle e alle convinzioni, ma qui, in questa penisola italica mi vien da dire in modo franco ed onesto che quel ruolo di "angelo del focolare" le più non han mai smesso di avercelo. 
Perché ci si domanda? Perché qui amiamo mangiare, e alla maggioranza non è mai così piaciuto il cibo pre-confezionato, considerandolo con orrore un indubbio mix di bassa qualità.
Noi amiamo cibarci, forse con esagerazione, ma la qualità e la modalità ci appartiene di più, rispetto ad altri popoli dell'area occidentale. 
Perché altrove, almeno nel continente asiatico, la quotidianità del confezionare cibo più volte nella giornata, è sempre stato appannaggio delle donne, che riscattano così il proprio esistere e la propria dignità. Inopinabile per un verso e opinabile per un altro, perché a ben guardare costoro sacrificano spazi e vita per costruire un insieme famigliare che talvolta le segrega e toglie loro dignità.
Sempre il nostro guru sostiene che è in atto una trattativa fra il genere umano maschile e femminile per detenere il potere ed una modalità per attuare buoni risultati può essere quello di far partecipe anche l'uomo alla preparazione dei pasti e dell'accudimento famigliare.
Secondo le statistiche però anche in Italia il passar tempo fra i fornelli è in declino, volgendo dai 68 minuti al giorno di due anni fa, ai 56 attuali, con il paradosso che sono aumentate le trasmissioni sul cibo, il web impazza e il dissertare non è da meno. 
Conclusione: ci cibiamo di più ma non abbiamo voglia di farlo, attingiamo ai fast food, allo street food, rosticcerie incluse.
Il commercio, che non è stupido, incita queste modalità e attua sconti, ai quali noi attingiamo con grande soddisfazione. Consumiamo cibo di bassa qualità, ma abbiamo esborsato anche poco pur di averlo; quindi ci mettiamo l' animo in pace, e consumiamo disinvoltamente di tutto e di più, a scapito della linea e della salute.

Francamente mi fa sorridere tutto questo, se penso a quanto un movimento come Slow Food ha speso in parole e atti in tantissimi anni per farci conoscere la verità sul cibo, divenendo coscienza critica ed esortandoci ad occuparcene in maniera responsabile e con immenso amore. Il cibo è frutto di lavoro, anche di lavoro duro e faticoso, con un intervento umano sulla natura che ha le sue conseguenze, attraversando la trasformazione sociale di genti e di luoghi.
La sua analisi è fervida intuizione, perché se da una parte il cucinare ci toglie magari tempo, che noi pensiamo prezioso per fare altro, per contro ci fa conoscere e approfondire il discorso sulla filiera del cibo, e attraverso questa conoscenza togliamo potere alle grandi corporazioni, favorendo una dieta anziché un'altra, o determinando i prodotti agricoli che vogliamo sostenere. 
Coscienti di ciò, possiamo dare spazio ad una dieta fatta sempre più di alimenti che derivano dal biologico, legati alla stagionalità, coltivati senza uso di pesticidi e senza violentare la terra, dandogli alternanza nella coltivazione. Arriviamo così al concetto di  km zero tanto caro a Slow Food e a Carlin Petrini, oramai divenuto un guru anch'esso; la sua filosofia ha legato la globalità delle genti alla stagionalità dei cicli e dei luoghi, creando un'etica nel NON SPRECO del cibo. 
Se infatti una volta di cibo ce n'era in abbondanza, anche da noi, vista la crisi, l'acquisto di generi alimentari ha subito un trend negativo, mentre in altre parti del mondo il cibo pro capite è scarso o addirittura inesistente.
Comunque i fori della cinta si allargano sempre più, e in percentuale anche la forbice dei consumi subisce un tracollo e ci ammaliamo di obesità, malattie cardiovascolari, tumore intestino.
Tant'è che andand in giro nei paesi emergenti del globo sempre più vediamo forme arrotondate, portate dal benessere incipiente che favorisce il consumo di ciò che un tempo era raro e prezioso; questo è portato dall'aumento dell'acquisto del cibo spazzatura, che reperiamo qua e là come dei rabdomanti, sovraccaricando il dosaggio più del necessario, proprio perché non ci costa fatica prepararlo.
Abbiamo così un surplus che finirà senza patemi d'animo nella discarica, dove altre persone in difficoltà andranno a rovistare e lo consumeranno per sopravvivere, andando così a costruire una filiera non prevista dieci anni or sono.
Vogliamo le patatine? Allora friggiamocele, in questo modo la distrazione che usiamo per cibarcene prendendole dal sacchetto o dalla scatola magari anche colorata e di design, ci distrarrà dall'essere schiavi di quel gusto ovunque, e ci impedirà del consumarle in macchina, davanti al computer mentre chattiamo oppure in panciolle dinnanzi alla televisione.
Il cibo di questo genere ci prende poco tempo e ci toglie tanta salute, sottraendo la meraviglia del convivio, dello stare a tavola e costruire rapporti e amicalità, svolgendo una funzione di democrazia ed educazione, portando conoscenza di conquiste, progetti di idee e civilizzazione delle generazioni.
La preparazione del cibo, secondo Pollan, ha un significato filosofico perché induce a pensare da dove provengono i dati ingredienti, chi sono le genti che lo hanno cresciuto, coltivato ed elaborato, qual'è stato il tempo per arrivare a maturazione in quel magnifico ciclo della natura.
Compi un viaggio, il giro del mondo, incontri popoli e costumi, sei connesso con l'universo solamente restando lì davanti ad un ingrediente o alimento. Arrivando ad essere connesso con l'umanità.
Ha delle sue belle teorie e convinzioni, che collimano con molti sempre di  più, per esempio l'opinione che se sei carnivoro dovresti uccidere almeno una volta nella vita l'animale di cui vuoi cibarti, introiettando così il significato che ha il verbo uccidere, divenendo esperienza drammatica. Infine divenendo colpevoli per quell'omicidio.
Vi è un nuovo mood negli Stati Uniti, quello di incontrarsi nelle farmers per discutere, firmare petizioni, acquistare e condividere pensieri ed amicizia, costruendo una propria e unitaria cultura sul cibo. Questo soprattutto tra i ventenni che, avvicinatesi al cibo, si sentono in armonia con lo stesso, connessi col villaggio globale, e costruiscono così una nuova coscienza politica, un concetto di comunità che vuole un' ambiente pulito. Si è così palesato il concetto di votare attraverso la forchetta ed è così stimolante che pensano di costruire un'economia alternativa.
Coinvolgendo via via sempre classi diversa di età e costruendo idee mai banali, stimolano la coscienza ed un'efficace attenzione.
Il nostro guru ha imparato a cucinare dalla madre che a sua volta ha imparato a cucinare seguendo la famosa gourmande Julia Child, che è stata guru di generazioni di donne americane, favorendo una coscienza sul cibo costruito con dovizia ed intelligenza. Lei che aveva imparato a cucinare in Francia e ha scritto libri che sono stata la Bibbia allora come oggi,dato che che sulla figura si è confezionato un film tratto da un libro di successo. 
Chi l'ha scritto è una trentenne blogger appassionata di questa diplomata Cordon Bleu che ha raffinato palati e costruito ideologie attorno al cibo. Ne abbiamo fatto recensione su questo blog tempo addietro.
Seguendo l'intervista di Mr Pollan, troviamo citata una sentence coreana che recita "il gusto delle lingua è il gusto delle mani", dove il gusto della lingua è favorito dalle papille gustative, e quello delle mani invece è opera d'arte di colui o colei che firma quel piatto; e che non può essere di nessuno perché è di quella persona lì che lì ha cucinato ed è infine è il gusto dell'amore.


Questa dissertazione-recensione ha preso spunto da un articolo apparso su  D inserto di Repubblica, a firma di Mara Accettura, dove si  intervista  Michel POLLAN  per l'uscita recentissima del suo ultimo libro COOKED; è già un bestseller negli Stati Uniti, dopo un altro bestseller mondiale pubblicato anche in Italia dalla prestigiosa casa editrice Adelphi, dal titolo "Il dilemma dell'onnivoro e in difesa del cibo".

mercoledì 26 giugno 2013

FOOD THE BOOK - Come diventare amiche di Alice attraverso un libro di ricette

I BISCOTTI di BAUDELAIRE di Alice B. TOKLAS


Eccolo qui, nelle mie mani e mi fa trepidare aprirlo. 
Sto per dare lettura ad un volume dalla copertina verde acido, un colore che mi piace assai, con raffigurati in bella posta delle madeleinette di proustiana memoria, con un interno verde pistacchio.
Ci è arrivato per posta, a seguito di mail e contatti, ed è omaggio da parte di una casa editrice raffinata e molto illustre, in quanto a pubblicazioni. Parliamo di scienza, matematica, filosofia, teologia e quanto altro ci può ricondurre alle scienze al di fuori di letteratura e molto al di là di un libro di ricette.
E' la nuova scommessa da parte della Bollati Boringhieri, quella con le copertine blu intenso, quella casa editrice che ha sede in terra sabauda, la letterata e magari un poco snob Torino.
Non è un libro di ricette qualsiasi, no: è il libro di ricette riconducibile a quella Alice B. Toklas, che fece coppia per lungo tempo - sino alla morte di lei - con la grande scrittrice Gertrude Stein, di cui abbiamo già parlato a proposito di FOOD ART.
Che poi scrittrice... non solo! Era anche intellettuale profonda e colta, collezionista di opere d'arte e amica di tutto quanto può ricondurci all'intellighenzia dagli anni '30 sino agli anni '60, quando morì a seguito di una lunga e terribile malattia. Lasciò Alice sola e infine anche ridotta in povertà da parte della famiglia Stein che si portò via tutto, compresi meraviglie di quadri della portata di Picasso, Picabia, Matisse e via dicendo.
La storia di questa coppia omosessuale ci può insegnare nel finale cosa vuol dire non dare diritti e pari opportunità a persone che si amano, stimano e conducono una vita assieme lunga e intensa, producendo bensì ricchezza, ma anche appartenenza, complicità e relazioni.
GERTRUDE AND ALICE, PARIS, OCTOBER 1939

Le due amavano cibarsi, non col vezzo di mangiare per ritemprarsi dagli affanni, ma amavano il cibo sapido, colto, ben costruito e vario.
Non avevano gli stessi nobili lombi, Stein è ancora oggi riconducibile ai wasp americani, mentre i Toklas erano borghesi benestanti, comunque erano ben assortite nonostante la differenza. 
Alice Toklas più propensa all'organizzare, all'occuparsi del ménage della coppia, alla rilettura degli scritti della Gertrude, che non andavano in stampa sinché lei non avesse dato giudizi e correzioni - il suo giudizio era fondamentale - alla sovraintendenza dei pasti e delle bonne de chambre e cuoche-cuochi dipendenti, al mettere insieme ospiti e pietanze, alle relazioni della coppia con il mondo esterno fatto di intellettuali, nobili, artisti nonché persone comuni. 
Sempre però carichi di sapere e presenza di spirito, e soprattutto... buongustai.
Saziò la fame di alcuni dei massimi artisti del divenire, quali Picasso e Matisse, cercando anche di stemperare gelosie e rivalità, soprattutto da parte del primo verso quest'ultimo. 
Quadri, meravigliose pitture adornavano le loro molte residenze, così come per la antica e accomodante Bilignin, residenza che rimase sempre nel loro quotidiano vivere, con orto che lei accudiva come si accudisce un neonato, con raccolte di ortaggi e erbe aromatiche, nonché frutta, che la inorgoglivano.

E così sfogliando con attenzione questa bibbia del sapere culinario, leggo ricette che han regalato amici, tra le quali una giovane Fernanda Pivano Sottsass, oppure raccolte qua e là spiando e facendo parlare le tante cuoche e cuochi che sono stati a servizio, oppure raccolte nei vari party o nei tanti ristoranti frequentati dalla coppia. Ovunque andasse raccoglieva informazioni e dati sulla cucina francese, scrivendo appunti e punteggi, dando valutazioni e amando poi riproporle ai convitati loro.
Lei sapeva cucinare e quindi parlava con competenza, buongustaia, non amava molto la cucina del suo paese d'origine, pensando che il must fosse sempre e comunque la grande e grassa cucina francese, con i suoi prodotti del territorio e le sue tante specialità.
Le ricette riportate nel libro sono gustose, segno di un passato, ma comunque possibili riportarle ancora oggi sulle nostre tavole, senza grandi problemi, se non quello di reperire ingredienti abbastanza costosi, come le ostriche, che loro amavano molto. 


Sono raccontati anche i siparietti a volte surreali con le loro cuoche: tre sorelle che si alternano perché incinte o vanno in sposa; un cuoco indocinese molto poco affidabile, che però è un portento in cucina, sino a sentirne forte mancanza quando sparirà per poi ricomparire a tempi alterni; cuoche basche, alsaziane, giovani e di mezza età che portano leccornie e meraviglie tra gli sbuffi delle pentole e la tavola apparecchiata sotto lo sguardo di capolavori dell'arte del secolo scorso - il colore rosso di Matisse e le figure astratte di Picasso o lo sguardo non tenero di Gertrude dipinta assisa nella sua seggiola preferita, ritratto composto dal guascone spagnolo che diverrà il genio della pittura.



Le ricette del pollo sono gustose, variegate in modalità di cottura e spesso ripiene di tartufi, quando il vento dell'abbondanza gira da quelle parti.

Il picnic che adoravano, perché era anche un modo per andare a visitare musei, contrade, luoghi; vi ritroverete spunti per gustosissimi sandwich, non il solito picnic, ma pasti per allietare una tovaglia tra l'erba e riprodurre capolavori di arte.
Ci sono versioni fantasiose per camuffare la mancanza di carne - siamo al tempo delle guerre, due per esattezza che le ha viste coinvolte - e quindi ricorrevano alle risorse dell'orto, che il tepore della Provenza e il lavoro di Alice rende rigoglioso.
Si legge di un anatroccolo messo a macerare con i fichi gustosi e appena colti per poi cuocerlo con questo estratto; nel leggerlo mi viene uno svenimento per la voglia di cibo che mi assale.


Salse, pesce, dolci, carni, verdure, potage e quanto altro che provengono dalla raccolta di Alice e che tracciano gli episodi e la vita di queste due colte, intelligenti e mai paghe di vita e curiosità signorine che hanno attraversato i tempi sempre amandosi e amando vita e persone.



Il titolo del libro proviene da una ricetta che troverete nell'indice, datale da una certa Brion Gysin e il sottotilo cita:

... "ottimi per le giornate di pioggia" e verga la Toklas: "è il cibo del paradiso....dei paradisi artificiali di Baudelaire. Un dolce che potrebbe animare una riunione del Bridge Club e in Marocco mi dicono può esser utile a tenere lontani raffreddori durante inverni umidi, efficace se accompagnati da tazze di tè caldo alla menta".....ed ancora "bisogna rilassarsi e aspettare allegramente di piombare in uno stato di dolce euforia e scrosci di risate, sogni estatici ed estensione della personalità a diversi livelli simultanei. Se vi lascerete andare, potrete trovare quasi tutto quelle che provò santa Teresa".

Di certo vi sorprenderà tutto questo preambolo, ma sarà meraviglia perché uno degli ingredienti è sorprendente.....non vi svelo nulla, andate a leggere e ne sarete piacevolmente sorpresi.



Con una descrizione così viene immediatamente voglia di prendere ingredienti e mettersi al lavoro per andare a reperire queste sublimazioni estatiche. 
Ma le avrete tutte e tante se avrete nel vostro angolo preferito dove tenete i capolavori culinari e non, questo volume.


Ancor più, dopo aver costruito cibi e colazioni con queste ricette, diverrete amiche della signorina Toklas. 

Virtualmente si sa, ma penso che lei si aggiri ovunque il cibo sia perfetto accompagnatore di estatiche degustazioni.