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lunedì 11 gennaio 2016

FOOD RECIPE - Uova in cocotte con crema di gorgonzola, noci e asparagi

Le uova che non ti aspetti

Oggi vi propongo un piatto veloce e nutriente. Io adoro le uova, soprattutto quando riesco a trovare quelle di gallina allevate totalmente all'aperto. Ci sono dei contadini qui vicino che ogni tanto ce ne regalano o ce le vendono. Hanno un sapore vero, che nulla ha a che fare con quelle di allevamento intensivo - e mi raccomando, comprate sempre e solo quelle allevate a terra, meglio se biologiche.
E' primavera e ci sono gli asparagi, quindi l'abbinamento è già deciso. Ho poi optato per una crema gustosa e decisamente intensa da abbinarci, il gorgonzola va benissimo, ma potete provare anche con altri formaggi: tome, roquefort, fontina...
E' un piatto che si serve in cocotte, quindi procuratevi queste belle stoviglie in ceramica, altrimenti potrete cuocerle in piccole padelline e poi trasferirle sul piatto di portata.

Ingredienti per 4 persone
4 uova fresche
1 mazzo di asparagi
1 piccolo mazzo di erbette primaverili
1 pugno di noci
100-180 gr di gorgonzola
200 ml di panna fresca
60 gr di burro
sale e pepe q.b.
crostini di pane abbrustoliti per accompagnare

Tagliate la parte dura e cuocete al vapore gli asparagi. Se non avete una vaporiera, adagiateli in un colapasta, a sua volta inserito in una pentola capiente e profonda riempita d'acqua, quindi coprite con della carta stagnola. Basteranno 15-20 minuti, devono essere croccanti quando li togliete. Tagliate finemente le erbette primaverili, le noci e tagliate il gorgonzola a pezzetti. Imburrate le cocotte.
In una padella fate rosolare le erbette con poco burro, salate e pepate, quindi adagiatele sulle cocotte, spolverizzando con le noci tritate. Tagliate a strisce longitudinali non troppo piccole gli asparagi, lasciando la punta intatta. Mettetene un po' in ciascuna cocotte. Lasciate qualche asparago intero, da servire a parte.
Rompete le uova, e versate gli albumi nelle cocotte, lasciando i tuorli da parte, intatti. Salate e pepate, inserite ancora qualche asparago qua e là, quindi infornate le cocotte a bagnomaria in forno già caldo a 160° per 15 minuti circa. Io ho il forno piuttosto "antico" senza la possibilità della cottura ventilata, quindi per me questo procedimento è risultato piuttosto lungo, di conseguenza passati i 15 minuti ho fatto cuocere e rapprendere l'albume direttamente sul fornello.
Nel frattempo che le cocotte sono in forno, preparate la crema al gorgonzola: in un pentolino fate sobbollire la panna, quindi aggiungete il formaggio tagliato fine, pepate e mescolando sempre otterrete una crema densa e fluida. Dovrete lasciarla sul fuoco molto basso fino al momento del servizio.
Poco prima di servire, adagiate il tuorlo su ogni cocotte, aggiungete due cucchiai di crema di gorgonzola, qualche noce tritata e servite, accompagnando con pane abbrustolito e gli asparagi interi a parte, in modo che ognuno possa servirsene. Se avanza la crema potete versarla in una ciotolina, in modo che ogni commensale possa aggiungerne a piacimento.

©PHOTO EDITING - elisa roattino

domenica 10 gennaio 2016

FOOD RECIPE - Torta bresciana

Torta Bresciana




















La torta Bresciana è un tipico dolce della zona lombarda. Si tratta di un dolce da orfelleria, che quindi non necessita di essere conservato in frigo. Si mantiene infatti molto bene a distanza di giorni, e può essere consumata tiepida e appena sfornata, magari dopo una cena, servita con una crema leggera alla vaniglia, oppure per colazione, accanto ad una fumante tazza di caffè. E' un dolce semplice nella preparazione, basta seguire le istruzioni ed avrete un risultato molto appetitoso! La ricetta proviene dalle mani esperte del pasticcere Maurizio Colenghi, quindi c'è da fidarsi!

INGREDIENTI (torta da 540 gr per 24 di diametro circa)

  • 144 gr di burro
  • 100 gr di zucchero a velo
  • 8 gr di miele
  • 40 gr di farina di mandorle
  • 200 gr di farina 00
  • 50 gr di tuorlo d'uovo
  • 20 gr di uovo intero
  • sale q.b.
  • 1 bacello di vaniglia
  • 1/2 bustina di lievito chimico
  • scorza di limone q.b.
  • per decorare: mandorle q.b. - zucchero semolato o di canna - 1 uovo
PROCEDIMENTO
In planetaria, con l'attrezzo a foglia, inserire lo zucchero a velo, le mandorle, la vaniglia e il burro plastico e amalgamare a bassa velocità. Aggiungere i tuorli con il sale sciolto nel liquido e il miele. 
Quando il composto è cremoso aggiungere le uova a bassa velocità. 
Deve essere omogeneo e non montato, non aggiungere troppa aria. Inserire il lievito e la farina setacciata con la scorza di limone. 
Adagiare il composto ottenuto su una placca da forno, stesa tra due fogli di carta da forno, e raffreddarla in frigo per mezz'ora. 
Quindi stenderla con mattarello a 1 cm di altezza. Copparla con cerchio e adagiarla su di una teglia coperta con carta da forno. Sbattere un uovo e lucidare la superficie. Ricordarsi che che lo spessore deve essere elevato, e non ci devono essere bordi, in quanto deve gonfiare in cottura. 
Prendere dello zucchero semolato e spargerlo sulla parte superiore, e distribuirvi sopra le mandorle intere. Inserire in forno caldo a 170° per 35 minuti. Si può servire anche con la crema di vaniglia.



venerdì 8 gennaio 2016

FOOD RECIPE - La cucina indiana, pollo alle spezie

CHICKEN CORY KULAMBU

La cucina indiana è forte di spezie e di colore.
I procedimenti sono sempre lunghi e laboriosi, pur nella loro semplicità.
Non devi avere fretta, loro non l'hanno mai nel cucinare; complice il fatto che in casa vi è sempre una donna che lo fa, che ravviva il fuoco o che sorveglia il focolare domestico.
Vuoi che sia una capanna di giunchi, una casa di metropoli o un villaggio sperso nella foresta, per tutti saranno tre i pasti fondamentali della giornata: per iniziare quello del mattino è un breakfast  veramente importante.
Sentirai nelle ore dell'alba un rumore di padelle e stoviglie e lo sfrigolare delle salse e degli alimenti, un sentore forte di spezie per la preparazione del poori che null'altro è se non farina di riso macerata in acqua e poi messa a cuocere come su una vaporiera, versando l’impasto in questo coperchio ribaltato con dei fori al centro, che rapprenderà e diverrà una polpettina bianca. Sarà frantumato dentro del chatney di verdura oppure frutta. Altro protagonista è la dosa, un impasto di farina di riso che verseranno su una piastra calda a cerchio, (come una nostra crepe) e che sarà accompagnata da salse dense e profumate, e servita dentro un vassoio di acciaio con tante scodelline a corolla.
Intanto che si allestisce il primo pasto del mattino, si avvia anche la preparazione del lunch che sarà deposto nelle tiffin carrier. Che cosa sono, chiederete? Null'altro che la nostra pitanziera di antica memoria, ora riemersa dal dimenticatoio abbandonando pasti veloci al bar o ristorante che nei tempi di crisi possono incidere sul nostro bilancio personale. A Torino si chiama baracchino e a Milano schiscetta ma è sempre un contenitore che racchiude un pasto più o meno frugale che abbiamo preparato in casa, talvolta composto di avanzi della sera prima. Per gli indiani invece è un cibo cucinato con le prime luci della giornata, racchiuso in questi contenitori di acciaio lucido oppure di plastica colorata: se lo porteranno al lavoro nelle fabbriche, nei campi, negli uffici, a servizio. Anche per le scuole all'ora del lunch si vedranno stormi di madri che aspettano i figli sulla soglia a protendere cestini di svariate foggie e dimensioni ai loro figli, oppure, nel caso dei più piccoli, le stesse sono sedute a terra nelle lande attorno alla scuola a imboccare i piccoli pargoli o protendere ai mezzani pezzi di agognato cibo.
Non vi sono quasi mense nelle scuole e nelle fabbriche. Per i luoghi del lavoro, talvolta, vi sono ampi locali, dove ci si può sistemare e scaldare il cibo o prepararsi una bevanda calda, ma non hanno nulla di ciò che esiste in Occidente, tutto è a carico personale.
Dentro questi contenitori troverete sempre il riso e le salse fatte con le verdure, con delle carni che sono di solito pollo o pesce, ma sempre molto speziate e piccanti a differenza della regione e della latitudine.

Per il dinner, che si consuma verso l’imbrunire, la famiglia si riunisce in casa: vediamo allora apparire il ciapati o il nan, che è una sorta di pane senza lievito fatto con differenti farine e talvolta intriso nell'impasto di burro chiarificato, il ghee.
Questo servirà ad accompagnare le zuppe, le verdure, talvolta anche fritte, e le carni, che saranno ricette un poco più elaborate. Come sono complicate e laboriose le ricette delle feste… Talvolta i menù sono composti tutti a base di fritti.
Durante l’arco della giornata sono due i momenti fondamentali, dove tutto si ferma qualunque cosa debba accadere: il tea time delle dieci e delle quindici. Un rito di marchio squisitamente anglosassone, essendo stati gli inglesi coloni dell'India per duecento anni. Non potrà mancare un the' denso e profumato, il chai, che è accompagnato quasi sempre da gallette burrose. Si tratta di una bevanda che si costruisce mettendo a bollire il latte intero con una polvere di the' molto profumata e scura assieme a zenzero, zucchero, cardamomo, anice stellato. È poi filtrato, facendolo scorrere da un bicchiere all'altro per alcuni secondi e compiendo vere e proprie evoluzioni aeree, senza che ne cada mai a terra nemmeno una goccia. Lo stesso sistema si attua con il caffè, che l’India coltiva ed è molto buono, soprattutto quello organico.
Possiamo dire che lo street food è la grande risorsa di questo continente, da lontani giorni, poiché essendo sempre fuori casa gli indiani “spizzicano” tantissimo e ovunque andrai, anche nei luoghi più remoti, troverai sempre una baracchina che ti sporge verdure fritte, ciotole di riso con salse, succhi di frutta fatti al momento spremendo la gustosa e sugosa frutta quali mango, papaya, ananas, banane, anguria e meloni. Vi sono poi frittelle di verdure quali il masala vada, omelette e le uova, che sono sempre le protagoniste del pasto indiano.
Troviamo poi i coni di verdura e carne simili ai nostri arancini, macedonia di frutta fresca condita con yogurt e, negli afosi mesi estivi, la frutta condita con sale grosso per ridare sali minerali al corpo che suda. Ora ci sono anche i gelati di cui sono ghiotti, soprattutto quelli al cioccolato.
Ovunque andrai, treno e bus compresi, troverai sempre a disposizione del cibo, the' e caffè caldi, frutta, acqua e bibite che ingurgitano con passione, soprattutto Sprite e Coca Cola.

Vi vogliamo proporre una ricetta del Tamil Nadu, che è il sud dell'India, dove la forza delle spezie e del chilly la fa da padrona, sia sul sapore sia sull'afrore. Il sud è una regione dalle grandi temperature nelle estati, ma non scende mai sotto i venticinque gradi in quello che possiamo definire inverno, tranne che per eccezioni climatiche non consuete.
Si tratta della ricetta di famiglia di Mohan, un ragazzo indiano che vive da alcuni anni in Italia, arrivato qua per studiare nelle nostre Università, ospite della mia famiglia.

Lui, quando ha tempo, cucina il suo cibo, soprattutto per la cena, dovendo di giorno recarsi all'Università, e questo piatto lo ama in modo particolare e lo esegue abbastanza spesso.
Gli Indiani sono di tradizione vegetariana ma non in senso stretto, essendo sia il pollo sia il pesce alimenti che entrano in almeno un pasto del quotidiano. Non si accostano quasi mai alla carne di mucca, perché per la loro tradizione religiosa è rappresentata da un dio con tutta la sua sacralità. Non sono quindi totalmente vegetariani nell’accezione che intendiamo noi, ma certamente le verdure e il riso sono in misura superiore rispetto agli altri alimenti e sempre presenti nei pasti, con gli elaborati fatti con le farine.
Le verdure e la frutta sono alimenti che nei villaggi possono coltivarsi da soli e comunque al mercato hanno costi davvero contenuti.
La spesa la donna di casa la compie tutti i giorni, tranne che per i sacchi di riso e farina. Di queste se ne occuperà l’uomo, essendo pesanti e ingombranti, con un approvvigionamento due volte al mese o settimanale.
Bisogna anche pensare che il frigorifero non è ancora così diffuso come in occidente… In India sono ancora di costo elevato e quindi bisogna per forza fare la spesa quotidiana e cucinare al momento, non potendo disporre di refrigeramento o surgelazione.
Non hanno l’olio di oliva che è difficile da coltivare viste le alte temperature e per il clima dei monsoni che bagnerebbero troppo e a lungo le piantagioni. Coltivano, però arachidi e girasoli e ne fanno del buon olio per friggere, perché è una cucina che è di frittura diretta o indiretta. Utilizzano anche il burro chiarificato, usato soprattutto per comporre piatti con il riso e il latte, o per i dolci. Il pranzo domenicale vedrà assieme parenti e amici, sempre, non si può mancare: si farà il tandouri, oppure il riso con pollo e tante verdure, ciascuna soffritta a parte e con spezie differenti e poi amalgamate nel finale.
Come per tutti i paesi con un passato di grande miseria e povertà, il cibo è la cosa più importante e fondamentale, attorno ad esso ruota tutta la vita e il pensiero. Vedrai cibo nei templi, nei matrimoni, nelle morti, in ogni passo importante della vita di ciascuno e s’indebitano inverosimilmente per acquistarlo. Tant'e' importante che quando ti parlano o t’incontrano, la prima cosa che ti chiedono è se hai mangiato, contro il nostro come va o come stai.
Mangiano a testa china senza proferir parola, con la mano destra e le lunga dita compongono palline di riso che intingono nelle salse e spezzettano, sbocconcellano pezzi di carni che introducono nella bocca senza versare una goccia. Seduti a terra, in cerchio, appena concluso il piatto si alzeranno e laveranno ciascuno il proprio e poi le dita e la mano. In ogni stanza dove si mangia c'e' sempre un piccolo lavabo atto a far questo.

Il bere è acqua che è preziosa e non sempre e' corrente nelle case, ma di solito si trova nella fontana interna al villaggio e viene messa nelle grandi brocche colorate di plastica, alluminio o rame. Berranno mettendo la brocca o la bottiglia lontana dalla bocca e facendo scendere il liquido come lo zampillo di una fontana. Questo perché essendo un rito collettivo non devono toccare il collo della bottiglia e se provate a farlo vi rovesciate tutto addosso, loro sono dei veri equilibristi in questo.
Al ristorante, durante la pausa delle portate, chiacchierano rumorosamente; sono a testa bassa quando mangiano, sono sempre in numero elevato a tavola e amano fare giochetti spiritosi e scherzi, mentre ridono di gusto.

Ricetta: CHICKEN CORY KULAMBU
Si prendano le parti del pollo che si gradiscono; gli indiani utilizzano soprattutto cosce e sopra cosce e le spezzettano in bocconcini che mettono in infusione per almeno un’ora con la curcuma e il peperoncino in polvere. Il tutto deve divenire di colore giallo arancio e avviluppare bene le carni.
Si utilizzi il Wok e si metta l'olio di arachide; getteremo una grossa e capiente scodella di cipolle piccole tagliuzzate a pezzetti, assieme a 6 spicchi di aglio tagliati a metà, un bel pezzo di zenzero tagliato a pezzetti, del masala in polvere per cuocere il pollo, del peperoncino forte tagliato a fettine. Rosolate il tutto lentamente.
A questo punto immergete il pollo sempre con fiamma viva, aggiungete semi di mostarda, pepe in grani, foglie di curry, semi di cumino, cardamomo schiacciati, anice stellato, della polvere di curry e fate prendere bene la rosolatura e il colore. Aggiungete una tazza di latte di cocco e mescolate bene.
Prendete poi una decina di pomodori medi e tagliateli a pezzi - devono essere freschi e maturi - e una punta di concentrato di pomodoro o conserva, e aggiungeteli al pollo. Dovranno ancora cuocere almeno trenta minuti, la cottura totale sarà di un'ora e mezza.
Intanto cuocete il riso basmati assieme a dei chiodi di garofano e cardamomo, lasciandolo morbido.
Nel finale della cottura del pollo aggiungete del coriandolo triturato e, tolto il pollo dal wok, adagiatelo in piccoli vasi di alluminio che ne terranno il caldo e la fragranza. Nel wok dove avete cucinato metteteci delle uova in misura di due a testa e fatele cuocere quasi a divenire una omelette, con del burro chiarificato sciolto sopra e del pepe in polvere.
Le uova sono la golosità per gli indiani, ne consumano in quantità giornalmente, sono il benessere, l’energia e il sostegno alla fatica e al languore che il riso porta, essendo alimento che viene digerito abbastanza velocemente.

lunedì 9 novembre 2015

FOOD RECIPE - Paste di meliga al miele in formine

Paste di meliga 
Tempo fa mi era stata regalata una grossa confezione di Farina gialla (fumetto) che serve appositamente per la preparazione di questi dolcetti, tipicamente piemontesi. Sono infatti originarie del cuneese, e in particolare della zona di Mondovì (mia città natale)... direi che le conosco bene. Da noi sono così comuni che è più facile comprarle che farle. 
Si dice che la loro realizzazione deve essere derivata da un aumento del prezzo del frumento: la farina venne così mischiata a quella del mais, raggiungendo quindi un risultato diverso, e sicuramente apprezzato, tanto che divennero così popolari fino a divenire una caratteristica dolciaria di queste zone. Le paste sono croccanti e molto gustose, proprio per il sapore caratteristico della farina di mais.
Dirò subito che queste le ho fatte con un metodo che non è quello tradizionale. Infatti le paste di meliga che conosco hanno tutt'altra consistenza, sono decisamente più gonfie e alte. Questo sicuramente dipende dalla stesura dell'impasto. 

In questa ricetta ho seguito le istruzioni e ho steso la pasta, ma ho capito, facendolo, che il risultato ottimale si ottiene utilizzando la sac a poche, e formando direttamente sulla teglia le famose forme con il buco, utilizzando un estrusore a stella.

Siccome  il risultato, dal punto di vista "mangereccio" non è affatto male, ho voluto comunque postare questa ricetta, riservandomi per il futuro di provare la versione con sac a pocheLa formula degli ingredienti è presa da una ricetta di Luca Montersino.

     Ingredienti:

  • 200 g di farina 00
  • 200 g di farina di mais gialla ( fioretto)
  • 200 g di burro
  • 200 g di miele (in sostituzione del maltitolo o zucchero semolato)
  • 25 g di tuorli (circa 1)
  • 60 g di uova (circa 1)
  • 4 g di lievito
  • 1 baccello di vaniglia
  • 1 pizzico di sale
  • marmellata q.b. per la variante

Preparazione:
Per prima cosa amalgamare in planetaria (o frullatore), il burro ammorbidito con il miele. Quando si otterrà un composto morbido e liscio, aggiungere i tuorli e poi le uova, la bacca di vaniglia e il sale. 
Aggiungere quindi delicatamente le farine precedentemente setacciate ed unite al lievito. Questo procedimento Montersino lo fa manualmente.

Formare una palla e lasciarla riposare in frigo per due ore. 
Per comporla, io ho aggiunto poca farina, giusto per manipolarla. Lasciandola in frigo si compatterà comunque bene. 

Quando sono passate le due ore, togliere dal frigo e stendere la pasta spessa 5 mm e anche più, quindi coppare con delle formine. 
Siccome l'impasto era molto morbido, per stendere l'ho stesa tra due fogli di carta da forno. 


Per variare, ho anche riempito delle formine inserendoci della marmellata di fichi.

Cuocere in forno a 170° per circa 12 minuti. Siccome i forni non sono tutti uguali, controllate spesso la cottura, devono dorare ma non troppo!


©PHOTO EDITING - Elisa Roattino

domenica 8 novembre 2015

FOOD PLACE - Ristorante La Luna

Una scommessa vinta!

Giorni fa abbiamo visitato il paese di Azeglio per l’incontro con i gestori del ristorante “La Luna”, il cui locale si trova nel centro del paese. Da lì si scorge il castello, che fu di proprietà del noto statista Massimo d’Azeglio: svetta alto sul borgo accanto al campanile che riemerge sempre dalla nebbia, tanti sono i suoi metri di altezza.

Un tempo qui si producevano le sedie, che in dialetto locale si chiamano cadreghat; nelle vicinanze, sulle rive del lago si trovano, infatti, le paglie di cui erano composte.
Il pezzo di lago che sconfina nella provincia torinese è anche un luogo dove si possono trovare svariate specie di flora e fauna che crescono e proliferano indisturbate. 
In una quiete quasi surreale, lontani i clamori dei bagnanti estivi, puoi vedere nuotare le nutrie, volare silente l’airone, vedere i larghi giri dei cormorani e tante specie di anatre che agguantano i pesci del lago. In questa porzione di lago vi era anche il proposito del ripopolamento della fauna ittica.

In questo contesto, in un incrocio di vie e di profili antichi che si stagliano all'orizzonte, è situato uno stabile antico che una coppia giovane e di talento ha acquistato anni or sono e che è diventato sede del loro lavoro e scommessa personale.

La loro storia è quella comune a tante persone che possiedono un talento nascosto e lo coltivano come un sogno, forse aspettando di dare vita ad una zucca... che non diviene una carrozza come nelle favole, ma, in questo caso, un ristorante.

Andrea, in una serata di fine lavoro di tanti anni fa, si reca in un locale dei dintorni  per prendere delle pizze: ne ordina due, e, mentre aspetta che le sue golosità si cuociano, chiacchiera amabilmente con il gestore. Quest’ultimo si lamenta di non avere lavoranti che imparino e lo aiutino. Così lui d’impeto si propone, volontario, per imparare. 
La curiosità lo spinge a tanto e si palesa forse una svolta al suo futuro, chissà!
Così per un anno tutte le sere lui compone pizze, sperimenta, si cimenta con passione e creatività. Intanto la moglie Enrica inizia a guardarsi attorno, è attratta da questa nuova prova del marito, sente che il cibo può diventare una sfida propositiva.
Legge, studia, compone sulla carta insiemi di alimenti e colori, prova a casa e vede che può diventare davvero una possibilità. 
Certo non hanno esperienza, ma hanno voglia di imparare, chiedere consigli. Fanno corsi di cucina e si affiancano a chi il mestiere l'ha nelle mani e nel tempo. 
Così si avventurano nel prendere un locale che si adagia sulla riva torinese del lago, un luogo grande e immerso nella natura, che amano. 
Non sarà una passeggiata, sarà fatica e una scommessa, ma crescono nei numeri e nell'affezione delle persone che incontrano questo luogo dove sorriso, accoglienza, passione, e talento emergono in ogni piccolo dettaglio. 

Questo loro primo incanto dura un decennio e finisce complice di un aumento spropositato dell’affitto che li induce a voler far un passo successivo: acquistare i muri di un locale che possono trasformare a loro gusto e somiglianza e dare quindi sfogo ad un altro tipo di creatività culinaria.

Arrivano dunque in questo stabile di Azeglio, che ristrutturano con dovizia di dettaglio, cercando di avvicinarsi al cliente che vogliono considerare come persona e non solo come semplice avventore. Installano una cucina che non ha nulla di fisso perché in questo modo è più semplice pulire e avere igiene sempre al massimo. 
Posizionano i frigoriferi lontani dall'accoglienza dei clienti per non creare rumori fastidiosi. Tutto ciò che può disturbare o invadere lo sistemano lontano e attorno restaurano pezzi antichi di uso quotidiano che diventano mensole, appoggi, arredo.
Non è solo il locale che crea una modalità piacevole, il vero loro scopo è cucinare bene con gli alimenti che diventano piatti e gusti di meraviglia.

È loro abitudine preparare la pasta fresca, sempre!
La materia prima è composta di farine che acquistano dal Mulino Enrici che risiede dietro casa, da cui comprano anche il riso.

Per il resto si avvalgono di piccoli produttori che ricercano di continuo. 
Nei giorni di riposo compiono viaggi anche faticosi per andare a incontrare i fornitori e certificare con il loro occhi ed anche con la loro empatia i prodotti. Questo crea un’affinità che li conduce ad avere un rapporto di grande sintonia.
Quello che ricercano sempre è accrescere la loro curiosità e la loro creatività per dare sempre emozioni a chi li va a trovare e siede al loro desco.
Andrea si occupa delle miscele delle pizze, della costruzione della pasta e della lievitatura: il suo tocco è quasi magico, sente le consistenze e le umidità dell’impasto. È data grande importanza alle affinità degli alimenti e alla materia prima. Per quanto riguarda la pizza, gli ingredienti per condirla sono sempre di alta qualità.
Sulle sue pizze non troverai mai prodotti di produzione a largo consumo, ma sempre produzioni di eccellenza del mercato.

Enrica invece si occupa delle altre pietanze; racconta con dolcezza il suo studio ed emergono via via la sua passione e conoscenza delle materie prime.
Ogni piatto che esce dalla cucina è frutto della sua sperimentazione, della sua ricerca continua degli abbinamenti tra gli ingredienti.
E’ interessante vedere gli schizzi sulle costruzioni dei piatti, con i nomi e colori delle erbe e delle materie che studia e assembla. Per far parte del loro staff devi condividere questa passione e l’amore per il cibo e per l'accoglienza. 
Fanno riunioni con i dipendenti ai quali fanno assaggiare i piatti e dunque prendono in considerazione i loro suggerimenti, le loro proposte. 
Ci raccontano la loro visione della clientela: per loro non sono numeri ma persone, e si vede la loro esigenza di accompagnarli nel loro stare bene, nel proporgli una serata anche differente, partecipi di un progetto. Accoglienza che si fa presente anche quando organizzano le serate speciali con la presentazione dei loro vini, che sono eccellenze dei territori.

Tutto questo lo assapori, lo palpi, lo intuisci quando ti affacci dentro il loro locale, che è ancora un work in progress per alcune ristrutturazioni che si sono avviate ma non ancora concluse.
Brillano gli occhi mentre ti raccontano questo e senti che è frutto del piacere di una professione faticosa ma che li appaga, che li porta sempre avanti, che li fa sentire pronti alla condivisione con un territorio che amano molto.

Crescono un ragazzino molto sveglio, già capace di mettere assieme alimenti e costruire un piatto, che ha anche una naturale piacevolezza con i clienti.
Accanto al loro locale, la sorella di Enrica ha aperto una gelateria dove si può trovare la stessa cura e creatività. 
Va da sé che gelati e pasticceria sono frutto di questo connubio di relazione. 
I loro avventori arrivano anche da molto lontano, questo certifica di certo una cucina che è ricerca e qualità, e che noi consigliamo.



In conclusione, fa piacere incontrare persone che han potuto, con fatica e determinazione, realizzare un progetto di ristorazione importante e di successo. Questo non può che accrescere l’economia del territorio, promuovere la bellezza dei borghi e della natura circostante.


    Ristorante La Luna
    Via Guglielmo Marconi, 29, Azeglio TO
    Telefono:0125 72110


    ©PHOTO EDITING - Elisa Roattino

lunedì 2 novembre 2015

FOOD THE BOOK - Il piatto di vino

Un libro che racconta di vino e di territorio

Quando Elisa Pozzo ha presentato questo suo libro era un'estate calda e soffocante; nel suo podere ha allestito covoni di paglia e fieno per sedersi, ombrelloni e un bancone per il rinfresco composto da gustosi piatti cucinati dalle donne di casa, e come bevande il meglio della produzione della sua cantina ed anche un corroborante tè freddo con zenzero. Tutto questo nel podere di casa, accanto alla cantina dove la famiglia da lontano tempo produce il meglio del vitigno del territorio di Viverone.
A fare da quinta a questo scenario bucolico, nei vitigni vicino, abbiamo percorso una simpatica installazione con fogli appesi ai tralci che raccontavano metafore, poesie, piccoli racconti con protagonista il vino.
E' una traccia per raccontare le sue radici, la sua vita e quella della sua amata famiglia.
Elisa, con la sorella, rappresenta l’ultima generazione di una famiglia di viticoltori; ha preso in mano il podere con novità e slancio, aggiungendo nuove produzioni come l’ulivo, lo zafferano accanto alle coltivazioni di kiwi, che sono oramai immesse da parecchio tempo. 
Anche se il timone rimane in mano salda ai genitori e ai nonni, la nuova generazione rappresenta la continuità nella tradizione, perché apporta nuovi stimoli per stare al passo con i tempi, senza mai tradire la traccia data anticamente dai nonni.
Per raccontare la storia della famiglia, della loro attività e del territorio, si è voluta cimentare in un modo inconsueto per lei: la stesura di un libro “Il piatto di vino”.
Spulciando qua e là evinci che il restare a lavorare in famiglia e nella proprietà non è stato un sacrificio, ma un atto molto voluto proprio perché ama i luoghi e la natura. Nulla di più opportuno che fare la vignaiola, dove la natura la respiri e la vivi ogni mese dell'anno, con i suoi ritmi e le sue esigenze.
Certo ci sono anche le fatiche e la problematica di dover stare al passo per non perdere terreno rispetto al mercato, ma quella giovane donna timida che arrossisce di fronte a tanta folla venuta ad ascoltarla per acquistare il suo volume, ha una forza enorme e le idee chiare.
Ringrazia e parla con tutti, conosce tanto e sa che attorno a lei vi è una solidità famigliare e storica, ben radicata sul territorio e per il territorio.
In alto, in mezzo ad un mare verde di filari che compongono la loro proprietà vi è un belvedere, suggestivo ed arcaico, dove il padre ha costruito un anfiteatro con una vista meravigliosa, dove in estate ci sono stati concerti musicali e pièces teatrali di grande qualità. Questo perché si comprende che la cultura è una parte che s’integra, un tutt'uno con radici e territorio.

L’azienda produce dell'ottimo vino: un vitigno autoctono Erbaluce e del rosso che vanta lustri d’impianto; sembra che quest’ultimo sia stato piantato dai romani.  
E’ un vino generoso e adatto anche a palati raffinati con il metodo classico, ma c’è anche il passito, che è vino che vanta duecento anni di storia ed è nella quaterna dei passiti italiani.

Il lavoro è duro, di fatica, ci vuole grande passione per occuparsi della campagna. Non ci sono tempo e stagioni quando possiedi vitigni, quando devi occuparti della potatura, della pulitura dei tralci, quando devi dare il verderame, pigiare e portare a casa il prodotto, un buon prodotto. Sei sempre concentrato lì a discapito di molto, ma se questa è una scelta di vita e ti coinvolge con passione, non tieni conto del resto.

Dicevamo del libro. E’ un volume pieno di racconti, di poesie sul vino, di storia del territorio, con la spiegazione degli alimenti che caratterizzano questi luoghi e le ricette che lei ha sempre visto cucinare in casa e nella zona. C’è la tradizione, con l’aggiunta di alcune novità che negli anni si sono fatte avanti contaminando e apportando differenze per adeguarsi a ritmi differenti.
Nei suoi poderi vedi la campagna rigogliosa, siamo, infatti, sul fronte di una collina morenica che ospitava anticamente i ghiacciai che, avanzando lentamente, hanno lasciato questo fronte quasi unico al mondo, riconoscibile da lontano, che è caratterizzato da fertilità e da un clima adeguato alla produzione vinicola.
Il lago di Viverone è lì che si adagia al tuo sguardo, e la natura ti avvolge e ti ritempra. Elisa ama raccontare i suoi luoghi e condividere con il lettore le sue impressioni: inteneriscono il racconto del suo svegliarsi con il verso del richiamo della volpe o del gufo. Qui vicino scorre l’acqua di un antico lavatoio dove, prima dell’avvento della lavatrice, le donne del paese andavano a lavare i panni e magari anche a tagliarli!
Le stelle della notte si adagiano sui filari, la rugiada nutre, si alternano le stagioni e diventa orgoglio ciò che metteranno in bottiglia che crea impresa, ma soprattutto un rapporto franco e amichevole con coloro che lo consumano.
Non è ragazza di città, ma non per questo non è ragazza odierna, anzi!


Parliamo ora di ricette: sfogliando il libro ritrovi i prodotti della stagione e del territorio, il vino che entra di diritto nella costruzione della preparazione, il lago che è ben rappresentato dal pesce coregone che dai tempi antichi qui nuota incontaminato.
Ci sono antiche e nuove ricette, sperimentate dalle donne della sua famiglia, raccontate attraverso i suoi ricordi, così come le storielle che accompagnavano le sue giornate di bambina che correva felice nell'erba attorno a casa.

C'e' intelligenza e concretezza, c'e' la voglia di aiutare a comprendere un territorio che è bello e incontaminato, che ha vocazione turistica e culturale.
Invito alla lettura e al regalo di questo volume, perché ci ritrovi molto sapere e curiosità sul territorio, e il suo interesse nel condividere con le persone la conoscenza dei luoghi che le danno serenità.

Elisa Pozzo è consapevole di questo, e seppur con figura snella e occhi chiari, nella sua ritrosia e timidezza  si percepisce che ha le idee chiare su quale sarà il suo futuro e quello delle sue proprietà.
Tradizione pur dentro evoluzione, ma sempre ferma nell'offrire qualità a coloro che si avvicinano ai suoi prodotti.


©PHOTO EDITING - Elisa Roattino

lunedì 26 ottobre 2015

FOOD RECIPE - Torta alla moda di Linz

Una torta - crostata perfetta anche come base per i pasticcini
E' una torta ricca, avendo in corpo mandorle e noci, e in fondo si tratta di una crostata, ma l'impasto risulta morbido e lievitato, una vera scoperta. 

L'ho fatta pensando di fare l'ennesima crostata, ma il risultato ha superato le mie aspettative. 

Non è difficile da fare, se poi usate la planetaria tutto sarà ancora più semplice. 











Ecco a voi la ricetta.

INGREDIENTI
200 gr di burro a temperatura ambiente
300 gr di farina 00 
200 gr di zucchero semolato
3 uova a temperatura ambiente
100 gr di mandorle pelate
100 gr di gherigli di noce
1 pizzico di cannella
1 bacca di vaniglia
3 uova
1 bustina di lievito per dolci
sale
marmellata di mirtilli
Per decorare
1 tuorlo d'uovo
zucchero a velo

Preparazione
Nella planetaria utilizzando la frusta K montate velocemente il burro con lo zucchero. Se non possedete la planetaria, potete tranquillamente seguire questo e tutti i passaggi successivi utilizzando una ciotola. Inserite poi le mandorle e le noci finemente tritate, la cannella, la vaniglia, la scorza di un limone, le uova e il lievito e il sale e la farina. Impastate fino ad ottenere una pasta morbida.

Io ho dovuto aggiungere farina all'impasto, fino a quando questa era malleabile, sempre morbida, ma in linea per essere poi stesa. Questo dipende da molti fattori, in primis il fatto che 3 uova possono variare di peso, e la farina può contenere più o meno umidità. L'importante da tenere a mente è sempre il risultato finale, immaginate di dover fare una simil frolla e regolatevi di conseguenza. 
Un altro trucco può essere quello di inserire le uova e la farina alternate, e al limite utilizzare meno uova. L'impasto che dovete ottenere è comunque sempre morbido, e si rassoderà in frigo, dove dovete riporlo avvolto in un panno per almeno due ore.
Stendete la pasta e distribuitela in una teglia di circa 24 cm di diametro, nella quale avrete posto un foglio di carta da forno. Tagliate i bordi ad un'altezza abbastanza elevata, quindi mettete da parte l'eccedenza. 
Distribuite quindi la marmellata che preferite. 

La ricetta originale prevede la confettura di ribes rossi, ma io ho utilizzato quella di mirtilli, l'importante è che sia abbastanza acida e non troppo dolce, per avere un buon contrasto con la pasta. 
Quindi ritagliate dalla pasta rimasta delle striscioline che disporrete sopra, incrociate. Con i rebbi della forchetta poi premete sui bordi per creare un bel motivo e fermare bene gli inserti. 
Con il tuorlo sbattuto spennellate sulla superficie della pasta. Infornate quindi in forno già caldo a 180° per circa 40 minuti.

A cottura ultimata, lasciatela raffreddare, quindi sformatela su un piatto da portata e completate con una leggera spolverata di zucchero a velo.

La torta è pronta per essere servita. 
Avendo eccedenza di pasta, io ho fatto anche alcuni biscottini, con un inserto di marmellata di ciliegie. Questa pasta si presta molto bene anche per piccoli pasticcini, quindi è da tenere a mente... 

Risultato assicurato!!!

©PHOTO EDITING - elisa roattino