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mercoledì 9 ottobre 2013

DIVAGAZIONI - Amedeo Modigliani

AMEDEO MODIGLIANI un figlio delle stelle
Il pittore nel suo studio

Più di cento anni fa, il 12 luglio 1884 a Livorno, nasceva Amedeo Modigliani. L’evento si svolse in circostanze strane. Mentre sua madre, Eugenia Garsin, veniva presa dalle doglie, si era presentato l’ufficiale giudiziario per procedere a un sequestro, e poiché per legge non si potevano apporre i sigilli a ciò che si trovava sopra il letto di una partoriente, il futuro artista venne al mondo in mezzo a una quantità di cose che i familiari vi avevano ammucchiato.
Di cose strane ne accaddero, durante la sua vita troppo breve, tanto che pochi altri al mondo possono vantare una leggenda come quella di Modì, enfatizzata da libri e da film.
La sua famiglia si componeva di due ceppi israeliti, che a Livorno si dedicavano a traffici commerciali, non sempre con successo: i Modigliani, che venivano da Roma, i Garsin da Marsiglia e discendevano dal filosofo Spinoza, vantando un blasone d’intellettualismo che veniva puntigliosamente coltivato. Peccato che nella sua famiglia ci fosse un’instabilità nervosa, che condusse qualcuno di loro alla pazzia, e una predisposizione alla tubercolosi, che minerà anche la vita di Amedeo.
Amedeo detto Dedo aveva appena intrapreso gli studi classici quando una febbre tifoidea, agendo sui postumi di una vecchia pleurite, gli causò una lesione polmonare. Venne ritirato dalla scuola e messo a esercitarsi nel disegno dal pittore Micheli. Già allora rivelava una mano eccezionale. A meno di vent’anni completò la sua formazione artistica frequentando le accademie e i musei delle grandi città, da Napoli a Roma, da Firenze a Venezia; e a Venezia, dove arrivano gli echi della Secessione viennese e di tutta un’arte che avrebbe anticipato l’espressionismo, Modiglioni imparò anche a usare la droga cara agli intellettuali, l’hashish. A Firenze sentì parlare da Soffici delle meraviglie di Parigi; e poiché l’ambiente italiano gli pareva angusto, decise di partire per la capitale francese, dove arrivò nel 1906 con una piccola somma fornita dalla madre, un abito nuovo e un borsalino.
In pochi mesi quel borghese si trasformò in un artista. Pallido, non troppo alto, il bel viso mediterraneo, un temperamento estroso e sensuale, pronto a declamare Dante come Baudelaire, Amedeo prese il suo primo studio al Bateau Lavori, a gomito a gomito con Picasso e Van Dongen, Rousseau il doganiere e Derain.
Agli amici spiegava che Cèzanne, morto proprio quell’anno, gli ricordava Giotto, “il primo architetto del corpo umano” dopo le astrazioni bizantine; e che nei due artisti il volume era ugualmente essenziale, ed essenziali i rapporti tra superficiale e profondità, tra forma e contenuto.
Maturavano allora le grandi novità del secolo ventesimo. Lautrec aveva portato a espressione d’arte la litografia. Nel nord della Francia, i Nabis facevano un’arte simbolista. Picasso e Braque, a Parigi, annunciavano oramai il cubismo, mentre i Fauves esponevano le loro tele divampanti di colori puri. Dalle vetrine di rue de Rennes le sculture negre del Dogon lanciavano le prime seduzioni di una nuova estetica.
Modigliani si rendeva perfettamente conto che stavano cambiando molte cose e non era insensibile alla suggestione delle novità. Però non aderì al cubismo come, più tardi, non aderì al movimento futurista, anzi sconsigliò all’amico Severini di firmare il manifesto.
Nel suo individualismo, si riferiva piuttosto a un patrimonio di immagini che andava al di là delle mode culturali per riallacciarsi alla grazia antica dei senesi, anche se integrata con la serpentina liberty e con le semplificazioni della cultura negra.
Nei suoi primi passi parigini si sentiva chiamato alla scultura. Non avendo i mezzi per procurarsi i blocchi di marmo, trafugò di notte qualche pietra dai cantieri della metropolitana per sbozzare quelle cariatidi che sono le “sorelle” delle sculture negre. Ma era soprattutto un disegnatore prodigioso.
Per sfidare se stesso o in cambio di qualche bicchiere d’assenzio, disegnava i ritratti della gente nei caffè. Li chiamava “dessins à boire”, spesso non li firmava neppure.
Blaise Cendrans gliene vide tracciare quaranta in una serata.
Nonostante la sua arrogante sregolatezza, aveva un forte sentimento della dignità. Un giorno che aveva disperato bisogno di denaro, propose un lotto dei propri disegni – per una cifra molto ragionevole – a un mercante il quale, secondo l’uso, si mise a contrattare. Senza aggiungere una parola, l’artista prese i disegni, fece un foro nel mezzo, vi passò una cordicella e li appese in bagno.
Era fatto così. Fiero e disperato, bellissimo e un po’ istrione, sempre vestito di velluto, lo chiamavano “il principe di Gerusalemme” anche se la notte si trascinava spesso da un bistrot all’altro, in compagnia di Utrillo, fino a non reggersi in piedi e ad assumere quell’aria disfatta che di principesco non aveva nulla. Ma aggiungeva un’aureola in più alla sua leggenda di “peintre maudit”.
Dopo i primi tentativi nel campo della scultura, si avvicinò al dipingere proprio attraverso gli studi per le sue cariatidi, e raggiunse una perizia straordinaria, una qualità di smalto antico dai colori caldi e ambrati.
Tutti conosciamo i rari paesaggi e la folta galleria dei suoi ritratti, in mezzo ai quali emergono volti oramai classici: Leopold e Hanka Zborovski, Kisling, Soutine, Blaise Cendrans, Paul Guillaume, e soprattutto le donne dall’aspetto lunare che in modi diversi l’artista aveva avuto come amiche o amanti.
Modigliani-tete-rouge

La sua malinconia ebraica lo rendeva molto seducente agli occhi delle donne. Una piccola canadese, Simone Thiroux gli diede un figlio, Gérard, prima di scomparire in un sanatorio. La poetessa inglese Beatrice Hastings condivise con lui una passione divorante e breve, in capo alla quale i due si separarono quasi con sollievo. Una sensualità esasperata e priva di qualsiasi ipocrisia traspare dai nudi vivi e voluttuosi che dipinse in quegli anni, gli stessi che, esposti nella galleria di Berte Weill, richiamarono l’intervento della polizia.
Intanto nella sua vita era entrata Jeanne Hébuterne, una adolescente timida che all’accademia d’arte era chiamata “Noce di Cocco” per il colore dei capelli.
Jeanne aveva quattordici anni meno di lui e veniva da una famiglia molto tradizionalista. Dovette dunque sfidare la mentalità di tutto il suo ambiente per andare a vivere con Modì, e tanto più quando nacque una bambina, che si chiamò Jeanne come la madre. Oltre che le difficoltà, i travagli, le inquietudini, Noce di Cocco avrebbe potuto condividere anche il successo che finalmente cominciava ad arridere all’artista. Ma oramai la salute di Amedeo era compromessa.
Ben poco gli giovò il soggiorno nel midì, in compagnia di Jeanne, della bambina e degli amici Zborovski che intanto si adoperavano per trovare acquirenti ai suoi dipinti.
Jeanne_Hebuterne

Ridotto a un’ombra, precocemente divorato dall’alcool, dalla miseria, dalla malattia ai polmoni, il grande pittore morì la sera del 24 gennaio 1920 all’ospedale della Carità di Parigi. Non aveva che trentasei anni.
“Seppellitelo come un principe”, telegrafava da Livorno suo fratello, il deputato socialista Emanuele Modigliani. E Montparnasse fece il possibile per rispettare questo desiderio. Tutto il quartiere accompagnò l’artista nell’ultimo viaggio al Père Lachaise, tassandosi affinché quel funerale apparisse veramente principesco. Oltre agli amici e a quanti lo avevano conosciuto, si aggiunsero al corteo tutti coloro che avevano capito come la sua morte sigillasse per sempre la stagione di Montparnasse e della sua leggenda.
Soltanto Jeanne non era in mezzo a loro. Incinta per la seconda volta, all’indomani della morte di Amedeo si gettò dalla finestra per non sopravvivergli.
La piccola Jeanne venne adottata dalla zia Margherita, che stava a Livorno, ed ebbe così il nome che le spettava di diritto: Modigliani.
E’ un figlio delle stelle”, aveva detto di lui Leopold Zborovski, anima di poeta.
“LA VITA E’ UN DONO: DEI POCHI CHE SANNO E CHE HANNO A COLORO CHE NON SANNO E CHE NON HANNO”, aveva scritto l’artista in calce a un disegno. Anche la sua arte è un dono.
Quelle creature dai colli dolcemente allungati, dagli occhi a mandorla allagati di azzurro, dalle forme morbide, sono emblemi di una bellezza antica che discende non solo dai senesi ma anche dalle lontane enigmatiche icone dell’arte bizantina.

Voglio altresì ricordare, che in un fugace lasso di tempo, nei lontani anni quaranta
Mario Martinoli – fatello di Natalia Ginzburg - sposò a Parigi la piccola Jeanne, figlia di Modì.
Lui risiedeva profugo in quella città, rifugiatosi colà per scampare alla ricerca dei fascisti e dai loro lagers.

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